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11/12/2015 Palermo

Palermo

Mafia, colpo alla famiglia di Santa Maria di Gesù: sei arresti

Mafia, colpo alla famiglia di Santa Maria di Gesù: sei arresti Stampa

Operazione dei Ros e del Comando Provinciale dei Carabinieri

I Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Palermo hanno eseguito sei provvedimenti di fermo, emessi dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Palermo nei confronti di: Giuseppe Greco, Natale Giuseppe Gambino, Gabriele Pedalino, Domenico Ilardi, Lorenzo Scarantino e Francesco Urso, accusati a vario titolo di omicidio, tentato omicidio, associazione mafiosa e reati in materia di armi.

L’operazione “Torre dei diavoli”, dall’antico nome della zona oggi corrispondente al rione Guadagna, ha interessato la famiglia di Santa Maria di Gesù, inserita nell’omonimo mandamento, di cui è stato accertato il processo di riorganizzazione interna e la capacità militare culminata nel recentissimo omicidio di Salvatore Sciacchitano e nel ferimento di Antonino Arizzi.

"Le attività - spiegano dal Comando - hanno consentito di avere cognizione dell’attuale gruppo di vertice costituito intorno al capofamiglia -  detto anche “Principale” - Giuseppe Greco, già condannato all’esito dell’indagine “Ghiaccio” del Ros nonché fratello dell’ergastolano Carlo Greco, questo ultimo negli anni ‘90 esponente di vertice dello stesso mandamento unitamente ad Pietro Aglieri".

Dalle investigazioni sono emersi i principali collaboratori del capo famiglia, individuati nel sottocapo Natale Giuseppe Gambino, in passato legato al citato Pietro Aglieri, e - benché privo di cariche formali per esplicita scelta - in Salvatore Profeta, già coinvolto nel noto “blitz di Villagrazia”. A questi ultimi due storici esponenti dell’organizzazione, scarcerati nell’ottobre 2011 a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage di via d’Amelio, secondo le risultanze acquisite si sarebbero aggiunti il genero di Salvatore Profeta, Francesco Pedalino, con il ruolo di capodecina, ed il figlio, Antonino Profeta, scelto direttamente da Giuseppe Greco come proprio rappresentante. Tale incarico, non previsto formalmente nella gerarchia mafiosa, avrebbe consentito al giovane uomo d’onore di interloquire con altri appartenenti al sodalizio svincolato dagli obblighi e dalle limitazioni tipiche derivanti dalla posizione di soldato e con la dipendenza esclusiva dal capo della famiglia ovvero, nella sola ipotesi di temporanea assenza del vertice, dal sottocapo.

Dopo l’omicidio di Giuseppe Calascibetta, 19 settembre del 2011, la reggenza della famiglia sarebbe stata saldamente assunta proprio da Giuseppe Greco la cui posizione apicale, in ossequio alla tradizione di quel sodalizio, avrebbe richiesto però una legittimazione rituale da parte degli altri uomini d’onore. In tale ambito, dato assolutamente inedito nel panorama investigativo degli ultimi trent’anni, si è rivelata la capacità di documentare le fasi della elezione del capofamiglia (definito dagli indagati il principale). Di tale rituale si aveva avuto finora contezza solo attraverso le dichiarazioni  dei primi collaboratori di giustizia degli anni ’80 (Tommaso Buscetta, Vincenzo Marsala, Salvatore Contorno e Francesco Marino Mannoia).

Le procedure di elezione, ad imitazione delle vere competizioni politiche, sarebbero tuttora basate su una preliminare attività di propaganda a favore dei candidati, anche se in realtà non vi sarebbe stato nella circostanza un vero e proprio antagonista alla figura di Giuseppe Greco che, in funzione della carica di reggente già assunta, avrebbe ottenuto da subito il consenso degli affiliati più autorevoli, tra i quali lo stesso Salvatore Profeta il quale si è offerto di appoggiare Giuseppe Greco probabilmente per la sua parentela con il collaboratore Vincenzo Scarantino, certamente ingombrante, e per via dell’età avanzata.

Dopo l’attività di propaganda e stata disvelata la vera e propria elezione. In sintesi essa è avvenuta attraverso il voto di tutti gli affiliati che esprimerebbero la preferenza a scrutinio palese (“ad alzata di mano... per vedere l’amico”) anche se nel passato si ricorreva ad urne consegnate ai capodecina per la raccolta tra i soldati (un tempo indicati nell’ordine delle 120 unità). La procedura elettiva avverrebbe oggi solo per le cariche di capofamiglia e consigliere, mentre le nomine per i ruoli di sottocapo e capodecina sarebbero riservate allo stesso capo famiglia - principale in precedenza eletto.

Se la base dell’organizzazione esprimerebbe i vertici, il capofamiglia designerebbe a suo insindacabile giudizio i propri collaboratori. Secondo tale principio si inquadra l’assegnazione a Antonino Profeta di un incarico fiduciario al di fuori delle funzioni tradizionali ed alle dirette dipendenze del vertice che l’avrebbe autorizzato ad eludere le rigide regole della gerarchia mafiosa e l’obbligo di informazione dei quadri immediatamente superiori.

Il quadro investigativo si è arricchito di interessanti riferimenti al periodo precedente la seconda guerra di mafia quando le elezioni costituivano un mero fatto formale, essendo la carica di capofamiglia (e capomandamento) di pertinenza esclusiva dello storico esponente Stefano Bontade inteso il principe di Villagrazia e/o il Falco, poi ucciso il 23 aprile del 1981. Il ricordo della assoluta autorità di Bontade, benché vittima del tradimento dei suoi stessi collaboratori schieratisi con i corleonesi, si è rivelata circostanza ancora presente a distanza di molti anni tra gli attuali indagati che hanno stigmatizzato come “il generale non ne ha vinto mai guerra senza soldati”, esaltando la forza della famiglia come entità (tutti siamo utili e nessuno è... indispensabile!) in grado di imporsi all’interno ed all’esterno (l’unica legge che conosci tu... è quella del più forte!).

Le elezioni del capo famiglia hanno determinato il riordino dell’organizzazione che, oltre a ratificare i rapporti di forza interni, avrebbe riaffermato l’esigenza del controllo sul territorio di influenza anche nei confronti di iniziative non autorizzate da parte di soggetti legati alla medesima compagine mafiosa. "In tal senso - spiegano gli inquirenti - i convergenti dati di indagine hanno fatto emergere il coinvolgimento dell’articolazione mafiosa nell’agguato mortale a Salvatore Sciacchitano, ucciso nella serata del 3 ottobre scorso all’incrocio tra via della Conciliazione e via della Concordia, dall’azione repentina di un commando formato da tre sicari giunti a bordo di una vettura condotta da un complice; nella circostanza veniva attinto dai colpi esplosi dai sicari anche Antonino Arizzi".

Le attività investigative hanno evidenziato che Sciacchitano è stato brutalmente punito in quanto reo di aver partecipato, solo poche ore prima ed in compagnia di Francesco Urso, al ferimento di Luigi Cona, soggetto legato ad esponenti della famiglia di Santa Maria di Gesù pur non essendone organico. Il complesso delle operazioni ha consentito di ricostruire le fasi precedenti e concomitanti all’agguato mortale durante le quali si è assistito ad una frenetica organizzazione allo scopo di compiere un’esecuzione che fosse di monito non solo per i responsabili della precedente sparatoria ma anche per chiunque altro avesse intenzione di assumere iniziative autonome rispetto alla linea dettata dai vertici della famiglia.

"Il coinvolgimento dei principali soggetti della compagine mafiosa - continuano gli inquirenti - è emerso in maniera esemplare sia dalle precise istruzioni fornite agli esecutori materiali sulle modalità con le quali condurre l’azione omicidiaria (sparare prima agli arti inferiori per impedire ogni tentativo di fuga prima del colpo di grazia e non portare al seguito telefoni durante l’agguato), sia dalla captazione investigativa - a breve distanza dell’agguato - dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi all’indirizzo delle vittime".

Il lavoro di integrazione ha così permesso di individuare le responsabilità dei mandanti dell’omicidio (Natale Giuseppe Gambino e Salvatore Profeta), degli esecutori materiali (Francesco Pedalino, Antonino Profeta, Gabriele Pedalino e Domenico Ilardi) e del soggetto impiegato a supporto al gruppo di fuoco (Lorenzo Scarantino). Successivamente al delitto è stata documentata la fuga di Francesco Urso al nord Italia ed il suo programmato allontanamento dal territorio nazionale anche per sfuggire alla rappresaglia della famiglia che, già alcuni mesi fa, lo aveva pesantemente redarguito per taluni suoi comportamenti giudicati incompatibili per un soggetto imparentato con soggetti vicini all’organizzazione.

Le indagini hanno in conclusione chiaramente posto in evidenza l’operatività della famiglia di Santa Maria di Gesù che si caratterizza non solo per la capacità intimidatoria tipica di ogni associazione mafiosa, ma anche per l’ostinata aderenza alle antiche regole di funzionamento di Cosa Nostra: il legame con la tradizione, culminato nella nomina delle cariche interne alla famiglia, rappresenta l’elemento imprescindibile che alimenta il vincolo tra i sodali.

La Redazione

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Tags: palermo - arresto - mafia - carabinieri - ros - indagini - famiglia - mandamento - santa maria di gesù - omicidio - sciacchitano -

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