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02/12/2015 Monreale

Cronaca

Depositata la consulenza sui beni dell'ex vescovo Miccichè: a Monreale tesori per 3 milioni?

Depositata la consulenza sui beni dell'ex vescovo Miccichè: a Monreale tesori per 3 milioni? Stampa

Opere d'arte utilizzate per arredare il "buen retiro" monrealese

È stata depositata la consulenza sui beni sequestrati all’ex vescovo di Trapani, Francesco Miccichè, accusato di appropriazione indebita e malversazione di fondi pubblici: quelli dell’8 per mille. L’indagine dunque si arricchisce di nuovi particolari. Lo rivela il quotidiano online Alqamah.

I consulenti nominati dalla Procura, Mauro Sebastianelli e don Giuseppe Randazzo, hanno depositato la loro consulenza sui beni artistici sequestri al vescovo Miccichè. Una consulenza per adesso “top secret”. I consulenti sono stati chiamati a valutare il patrimonio, in particolare i beni artistici, trovati in possesso dell’ex vescovo Miccichè; opere d’arte di particolare rilevanza artistica e storica, opere d’arte che sarebbero state acquisite dall’ex vescovo o perchè sarebbero state portate via dalle sedi della Curia e da altre istituzioni religiose al momento della rimozione o che potrebbero essere acquistate con parte dei famosi fondi dell’8 per mille che sarebbero stati sottratti al loro naturale uso, ossia a finanziare le opere di carità.

Opere d’arte finite con l’arredare l’abitazione di Monreale del vescovo Miccichè, diventata il suo “buen retiro”, la cui proprietà, della villetta, è condivisa dal vescovo Miccichè con i suoi familiari e in parte utilizzata come bed & breakfast. Al momento del sequestro si disse che quelle opere potevano avere un valore stratosferico, circa 3 milioni di euro. La procura quindi continua l’indagine nei confronti del vescovo Miccichè. Una indagine che ha trovato punti di contatto con il processo che si è appena concluso dove l’ex direttore della Caritas, don Sergio Librizzi, riconosciuto dal giudice colpevole dei reati di concussione e violenza sessuale è stato condannato a 9 anni.

Don Librizzi è stato travolto da un’indagine che mise in evidenza come aveva abusato del suo ruolo di componente della commissione prefettizia-ministeriale, incaricata del rilascio dello status di rifugiato politico agli extracomunitari arrivati sulle nostre coste e trattenuti presso i centri di accoglienza del trapanese, al fine di “abusare” sessualmente dei malcapitati che si rivolgevano a lui per essere aiutati.

Le intercettazioni, condotte dalla sezione di pg della Forestale, ma anche le denunce, lo hanno incastrato. Ciò che è emerso a conclusione del processo è stata la sponsorizzazione politica che Librizzi avrebbe avuto per andare a sedere in quella commissione “nonostante la sostanziale ed evidente incompatibilità connessa allo svolgimento di servizi assistenziali per gli immigrati “ recita l’atto di accusa finale presentato dai pm Tarondo, Di Sciuva e Morri, al giudice Cavasino che poi ha emesso la sentenza di condanna: sponsor di don Librizzi sarebbero stati il senatore Antonio D’Alì che, dopo avere introdotto don Librizzi nelle stanze dell’allora prefetto di Trapani Finazzo, per garantirgli utili benevolenze, a nomina fatta lo stesso senatore D’Alì si sarebbe preso la briga di informare lo stesso Librizzi come ha dichiarato a verbale don Treppiedi; riconfermato nella commissione poi attraverso l’allora sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, scrivono ancora i pm nella memoria presentata al giudice Cavasino, e per questa seconda nomina don Librizzi chiese e ottenne in 24 ore che fosse rimossa dall’incarico la giornalista Cinzia Bizzi, allora portavoce di Fazio, precedentemente nominata nella commissione prefettizia dal sindaco Fazio.

C’è un’intercettazione nella quale don Librizzi protesta e si lamenta di quella nomina, e così ottenne che lui ottenesse quella poltrona. È il periodo in cui Francesco Miccichè, vescovo di Trapani, decide di affidare “l’impero Caritas” a don Sergio Librizzi, che passò cosi dalla direzione del seminario alla Caritas, nonostante le voci già poco edificanti che si rincorrevano sul suo conto. Paradossale è stata la testimonianza in istruttoria del successore di don Librizzi al seminario, don Liborio Palmeri, che ha citato tra gli episodi uno che lo colpi molto, e cioè quando ascoltò davanti a lui don Librizzi appellare un ospite del seminario, con l’appellativo (amorevolmente posto) di “puttana”. Ma sui comportamenti di don Librizzi al seminario sono state raccolte anche altre testimonianze, episodi dei quali il vescovo Miccichè sarebbe stato a conoscenza, e avrebbero dovuto indurgli a compiere altre azioni e non quelle della promozione come di fatto fu con la nomina a direttore della Caritas.

Fu sordo a quelle “chiacchiere” (difficile comunque definirle tali) che giravano su don Librizzi solo il vescovo Miccichè? Niente affatto ha sottolineato la Procura di Trapani nel corso del processo. C’entrerebbe anche la politica, e le sponsorizzazioni politiche in suo favore che lo portarono alla commissione per i richiedenti asilo politico avrebbero quindi avuto un preciso ruolo. Don Librizzi era tenuto bene in considerazione da un gotha di soggetti appartenenti anche alle istituzioni o ai salotti buoni di Trapani, “sordi alle numerose segnalazioni e allarmi lanciati dai soggetti più deboli, immigrati senza arte né parte, trasparenti, inesistenti nella scala sociale, numeri che vagano nei centri di accoglienza, fantasmi in fondo utili solo per il business o per le voglie del Librizzi ..”. Miccichè, a sua volta, per i pm, avrebbe consentito a don Librizzi di ritrovarsi a capo di un sistema, da vero padre padrone, che comprendeva cooperative, Ipab e società, “attraverso le quali è stato gestito in regime monopolistico il cosidetto business dell’immigrazione, non solo i centri di accoglienza per extracomunitari provenienti dalle coste africane ed asiatiche, ma anche l’occupazione correlata, con i soldi di quello che era, ed è ancora per certi versi (ci sono ancora indagini in corso che pare tocchino a fondo esponenti politici ndr)”.

Il “caso” Librizzi, insomma, prima di diventare caso giudiziario era già noto nelle stanze della Curia di Trapani, “ma si faceva finta di nulla”. Avrebbe saputo il vescovo Francesco Miccichè ma non solo lui, Liborio Palmeri, don Piero Messana fu addirittura ascoltato a consigliare prudenza a don Sergio, “nascondendosi dietro la foglia di fico delle male lingue, gli consiglia di essere più attento”. Perché questa “copertura”? Ed è qui che c’è l’intreccio con le indagini che toccano l’ex vescovo di Trapani Francesco Miccichè. Su ogni chiacchiera, classificata come diceria, ci sarebbe stata l’esigenza di non dar fastidio a don Librizzi che da direttore della Caritas sarebbe stata, per il vescovo Miccichè, la classica “gallina dalle uova d’oro”. Per via di quei denari che invece di essere destinati alle opere di carità, la cifra pare superi il milione di euro, sarebbero finiti sui conti correnti alla mercé di Miccichè, da qui indagato per appropriazione indebita.

E sembra che don Librizzi un’ammissione alla fine l’avrebbe fatta e cioè sebbene ne avesse responsabilità, non era lui, ma a quanto pare il vescovo Miccichè che si sarebbe preoccupato della rendicontazione delle spese per giustificare l’impiego di qui soldi destinati alle opere di carità.

La Redazione

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Tags: monreale - indagine - vescovo - francesco miccichè - villa - intercettazioni - consulenza - procura - trapani - palermo -

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